mercoledì, 07 maggio 2008
Sono 11 anni che abito qui ...

Sono 11 anni che abito qui ...
Stavo togliendo l'erba da un’aiuola in giardino, quando udii una voce, alzai il capo e vidi la mia vicina di casa, mi avviai verso la recinzione per salutarla, lei mi anticipò e disse “ Lucia, auguri! Oggi sono undici anni che abiti qui!” “Che memoria!” pensai, me lo stavo addirittura scordando. Capii che non era il caso di preoccuparmi, fino a quando avrei avuto lei come vicina mi avrebbe aggiornata e poi, chissà , magari avrebbero trovato delle pillole per chi dimentica le date.
Mi è sempre piaciuto sognare, anni fa su consiglio di mio padre acquistammo un terreno, in un comune a solo un chilometro da dove abitavo. Quando osservavo quel prato spoglio, udivo una vocina dentro me che diceva. “Riempilo Lucia, non ti accorgi di come ci starebbe bene una casa con il giardino e magari un piccolo laghetto?”
Dopo aver pagato urbanizzazione e tasse varie, ricevetti il via ai lavori, così, mentre le mie amiche parlavano di cellulari, alcune lo avevano già, altre erano in procinto di acquistarlo: era la novità del momento! Io comprai una “betoniera” e con quella imparai a fare la malta ed il prezzo del cemento, dei mattoni.
La costruzione procedette piano ma costantemente, qualcuno scherzando mi disse
“la tua casa è come il duomo di Milano, non finisce mai”, ma come dice il proverbio “chi va piano va lontano”, e tra mille problemi arrivò anche la conclusione dei lavori, seguita del trasloco. Il mattino successivo, in quest’oasi di pace e silenzio, nessuno udì la sveglia, dormimmo come ghiri fino alle nove.
Poi al risveglio, coi figli che chiedevano, dove sono le mie calze, dove sono le mie scarpe, in quel caos, anziché una casa mi pareva una bancarella del mercato, una di quelle nelle quali trovi solo quello che non ti serve.
Pian piano, nei giorni successivi ogni oggetto trovò un posto e la situazione si normalizzò.
Ebbi un dubbio sul progetto, quando il parroco del paese vide la casa per la prima volta, in occasione della benedizione di Natale, osservò e accarezzo le colonne fra la sala e l’ingresso e mi chiese in che sasso erano. Capii che si sentiva a suo agio..... troppo, oserei dire... ricordai che una mia cognata scherzando mi chiese se l'idea delle arcate l' avevamo avuta in chiesa. Al momento non gli diedi importanza, ma col prete, quel muretto assunse la forma di una balaustra e io ebbi l'impressione di essere a Messa.
Lui usci sorridendo, complimentandosi con noi per lo stile della casa, ancora adesso non saprei dire se questo apprezzamento mi fu molto gradito.


scritto da lucy1957 alle 21:56 in
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martedì, 29 aprile 2008
I matoch da Ulgiaa
Mentre il 25 aprile in Italia si festeggiava la liberazione, gli Olgiatesi erano a Monza a ringraziare S Gerardo.
Rosa stava ancora dormendo, quando una voce la svegliò di soprassalto, era il marito che la chiamava “non trovo le calze leggere dove le hai messe” lei si alzò, aprì il cassetto e gliele porse, “dov'erano? “chiese Gianni. Lei non rispose e pensò tra se: “Se dopo molti anni non aveva ancora imparato dove teneva la biancheria del cambio stagione, non c'era più speranza, era un caso cronico!”
Gianni finì di cambiarsi e uscì di corsa per recarsi al lavoro, lei mentre chiudeva il cassetto, si ricordò che era mercoledì e che a Olgiate era giorno di mercato, ne avrebbe approfittato per acquistare certi capi intimi che erano da sostituire.
Si cambiò, prese l'auto e partì. Nella piazzetta del mercato incontrò Maria la sua ex collega Olgiatese che, dopo averla salutata, gli diede dei biscottini avvolti in un tovagliolo di carta dicendole “portali a casa per i tuoi figli”. Erano i biscotti di San Gerardo, benedetti a Monza il giorno prima e Rosa era talmente golosa che ne assaggiò uno. Quel dolce sapore la riportò a quando iniziò a lavorare in quel paese ed i colleghi Olgiatesi, ogni anno, il 26 aprile, arrivavano al lavoro con dolcetti vari, per donarli ai colleghi delle contrade vicine. Com'erano cambiati i tempi; ricordava il campanilismo che c’era tra un paese e l'altro, gli Olgiatesi si sentivano quasi cittadini e deridevano bonariamente gli abitanti dei paesi più piccoli, che per difendersi replicavano “ta set un matoch da Ulgiaa”(sei un matto di Olgiate), ma non c'era cattiveria e si era sempre pronti ad aiutarsi.
Gli Olgiatesi erano chiamati “Matoch” per una vecchia tradizione che Rosa ricordò:
Nel 1207 i pochi abitanti di Olgiate che allora erano 300 anime, soffrivano di una malattia chiamata pazzia, che provocava debolezza e sfinimento e impediva qualsiasi attività.
Nei boschi di Olgiate, aveva scelto di vivere un pio eremita che disse loro.” Per guarire dovete fare un voto, andare a Monza a visitare la tomba di un sant'uomo di nome Gerardo, ma ricordate, che dovrete ripetere la visita una volta all'anno e sempre nello stesso giorno”.
Gli Olgiatesi seguirono il consiglio e vennero liberati dal male che li tormentava, ebbe così inizio il loro tradizionale pellegrinaggio a Monza per il 25 aprile.
Rosa proseguì il suo giro al mercato, davanti ad una bancarella trovò Grazia, che con la bocca piena stava acquistando un reggicalze.”Ciao, stai mangiando anche tu i biscottini di San Gerardo?“ Chiese Rosa. Grazia, con naturalezza e in dialetto rispose: “Se, ü truvaa un matoch da Ulgiaa che ma n’ha da vun”(si ho trovato un matto di olgiate che me ne ha dato uno). La risposta fu per Rosa una conferma che qualche residuo del passato era rimasto, si sforzò di essere seria, ma non gli fu possibile.
La pro loco ha organizzato un concorso per dare un nome e un gusto al dolce di Olgiate che gli olgiatesi hanno chiamato “Ul Matoch “.
Piace perché è un prodotto legato alle tradizioni del paese, con i fichi che ricordano la pianta cresciuta sul campanile, ed il nome legato alla liberazione dalla pazzia ad opera di San Gerardo.
villa Peduzzi: Appartenente ad una delle famiglie che hanno fatto la storia del paese di Olgiate, attualmente ospita la sede dell' ASL, azienda sanitaria locale.
Attorno alla villa si estendono due prati di enormi dimensioni, incastonati in una cornice d'altri tempi, costituita da innumerevoli varietà di alberi, arbusti e cespugli, alcuni secolari, che fanno della Villa un vero e proprio polmone verde.
Medioevo: L'ingresso è sovrastato da una torretta, adibita a sede della Pro loco, dalla quale si ha una veduta d'insieme dello spettacolare cortile sottostante.
Ogni anno migliaia di olgiatesi rendono onore alla salma di S. Gerardo, nella giornata del 25 aprile, con un vero e proprio pellegrinaggio fatto con ogni mezzo, a piedi, in pullman o in auto, alla chiesa di Monza dove, in una teca di vetro, è conservata la reliquia.
scritto da lucy1957 alle 22:13 in
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lunedì, 21 aprile 2008
Il cappello di Luigi

Mio padre era un alpino e si chiamava Giovanni.
Quand'ero piccola mi teneva sulle ginocchia cantando le canzoni degli alpini, oppure raccontandomi le avventure del periodo in cui fu militare e ricordo che teneva i suoi cimeli in soffitta, gelosamente chiusi in una valigetta.
In occasione dell’anniversario della sua morte, pensando ai vecchi alpini dimenticati, ho scritto questo racconto per loro.
Il Cappello di Luigi
Luigi camminava a passo lento e in mano aveva una borsa di plastica. Indossava una giacca consumata, pantaloni rammendati e un cappello gli copriva la testa. Arrivato al parco si sedette come ogni giorno sulla sua panchina, tolse dal sacchetto i libri, gli stessi che rileggeva da anni.
“Buon giorno lei è un alpino?” La voce lo fece sobbalzare: “Io mi chiamo Anna, anche mio nonno ha un cappello simile al suo, ma non è usurato come questo, lui l’ha incorniciato e lo tiene appeso come se fosse un quadro”. Luigi sorrise togliendosi il cappello. “Io mi chiamo Luigi, ho fatto l'alpino molti anni fa, non in tempo di guerra, quando era già finita”. Anna rispose: “Anche mio nonno è stato alpino e mi racconta le storie, perché non me ne racconti una anche tu?” Era da molto tempo che nessuno gli chiedeva storie, i suoi nipoti erano sempre al computer, oppure uscivano con gli amici, pareva che parlassero un'altra lingua e delle sue storie a loro non importava niente. Cominciò così: “ Quand’ero alpino passai molto tempo sulle montagne, quando mancava poco al congedo, scendemmo a valle e in un paesino incontrai una ragazza con i capelli biondi come il sole, gli occhi verdi come i prati. Trascorsi con lei gli ultimi giorni prima del congedo e ci lasciammo con la promessa che ci saremmo ritrovati. Non l’ho più rivista e tornato a casa, mi dimenticai di lei.
Mi sposai ed ebbi figli. Ho avuto altre gioie nella mia vita, ma quello che ho vissuto con questo cappello sulla testa, non l’ho mai dimenticato. Ora a distanza di tanti anni, i ricordi della gioventù si fanno più nitidi, la noia mi avvolge e vengo qui per sconfiggerla. Osservo i colori degli alberi, il sole, le nuvole. Vedo bambini rincorrere il pallone e madri portare a passeggio i bimbi in carrozzina. Ti sembrerà strano, ma certe volte mi pare di vedere questa giovane attraversare il parco, per questo ci vengo ogni giorno.
Dopo questa frase le lacrime gli bagnarono le guance.
Anna si accorse e finse di guardare l’orologio. Lui pensando di averle rubato troppo tempo si alzò, rimise il cappello in testa e togliendo dalla tasca il fazzoletto disse: ”Sai, devo ancora andare a comperare il pane, vado in fretta altrimenti il panettiere chiude” e la salutò. Anna rispose: ”Ciao, ci vediamo domani.”
scritto da lucy1957 alle 22:36 in
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